CC? E che è?

Perché questo blog adotta Creative Commons per i contenuti? Perché chiunque può riprodurli dove vuole e come vuole in ambito non profit, solo citandone l'autore? Eh? Com'è? Chi me lo spiega? Mbé?

Nel 2009 scrissi questo editoriale sul quotidiano web fondato con mio fratello nel 1996, pochi mesi dopo averlo ceduto, ma quando ancora ne ero il direttore (ir)responsabile. Credo possa rispondere a quelle domande più di quanto non faccia il Legalese in fondo a tutte le pagine del blog:

Le parole della Rete

Roma - Non sapevamo ieri e non sappiamo oggi dove porterà l'interazione elettronica tra gli umani, non abbiamo alcuna idea delle conseguenze macrosociali e macroeconomiche della grande novità, o cosa significhi il fatto che gli uomini e le donne, e i loro dispositivi, possano interagire tra di loro, many-to-many, come mai prima, per giocare, lavorare, costruire cose insieme, dibattere sul proprio futuro e prendere delle decisioni. Ci troviamo all'alba di una nuova era per l'umanità, figlia di una svolta paragonabile soltanto all'invenzione della scrittura e della stampa, in cui si dischiudono nuove promesse per il presente e il domani di noi tutti. Tra queste: maggiore comprensione tra i popoli, più rapida circolazione delle idee, aumento del loro numero e della loro qualità, fervore creativo in continuo rinnovamento, dibattito permanente a livello locale, nazionale ed internazionale su pressoché l'intero scibile umano, diffusione della cultura, accelerazione della ricerca scientifica e tecnologica. Soprattutto, Internet promette partecipazione e sviluppo della partecipazione, è un grimaldello contro l'isolamento assassino di intere popolazioni vittime di regimi totalitari ma è anche il canale di riscossa di popoli che abbracciando il digitale proiettano la propria società verso un più grande benessere e una maggiore coesione sociale.
Se il mondo ha una speranza di entrare un giorno in una nuova era superando le sue divisioni e riducendo il divide culturale ed economico che è spesso la causa prima delle tensioni internazionali questa speranza è Internet. Non ce n'è altre. La rete è destinata ad impattare su tutto, e mica solo sull'economia o sull'ambiente, ma sulla percezione di sé, del proprio corpo e della propria famiglia, sull'identità personale e nazionale, sulla sessualità, sulla privacy, sui valori, che non sono immutabili come qualcuno vuol far credere ma sono anch'essi, e meno male, in continua evoluzione, così come i comportamenti dell'umanità, quella digitalizzata in primis.

A fronte di tutto questo ecco che ci costringono a parlare di copyright. Siamo ancora qui. La politica sospinta da interessi tutt'altro che cristallini anziché porre al centro l'inclusione digitale, la diffusione dell'accesso, la cooperazione digitale internazionale, nella sua agenda continua a porre in primo piano una questione vecchia di anni. Una questione rilevante, eppure di piccole dimensioni rispetto all'enormità del cambiamento in atto. Come risolvere "il problema del copyright", o come garantire ai produttori il ritorno di investimenti, non è cosa che riguardi Internet o i suoi abitanti. Non è Internet il problema, cioè, ma lo è semmai l'idea che la diffusione di un ambiente di comunicazione interpersonale e globale, la cui origine tecnologica non basta certo a spiegarne la natura né la portata, possa non avere un impatto drammatico sulle strutture tradizionali, sull'economia tradizionale, e quindi sullo status quo degli interessi industriali. Eppure, appunto, siamo ancora qui a doverci occupare di copyright.

Trovo entusiasmante il lavoro compiuto dai sostenitori del copyleft, tra i quali nel mio piccolo colloco anche me stesso, per individuare, ideare e proporre modi alternativi della produzione creativa, alternativi al copyright. È entusiasmante perché indaga sui nuovi scenari della produzione intellettuale e della diffusione della conoscenza, perché prende in mano la materia prima della nuova era, Internet, e tenta di plasmare un oggetto che sulla rete possa correre e svilupparsi. Soprattutto, si muove senza intaccare le promesse dell'era digitale, senza tentare di contenere il fiume che dilaga nelle campagne assetate ma, al contrario, costruisce una barca che quel fiume può navigare, e sulla quale può salire chiunque vi stia nuotando dentro.

Ed è questa la chiave: se si vuole sostenere di tenere davvero allo sviluppo di Internet, come stanno facendo in questo periodo gli industriali della musica provati da anni di guerra contro i propri consumatori, non si può allo stesso tempo cercare di realizzare nuove gabbie per nuovi comportamenti scaturiti dalle nuove opportunità, né ritenere che quel fiume in piena possa essere tenuto a bada da argini costruiti con materiali antichi. Né si può sostenere in buona fede che ciò sia dovuto. Eppure lo fanno, trascinando un'intera classe politica, con alcune luminose eccezioni, in un tunnel consociativo che si esprime in normative inadeguate, proposte fascistoidi e una pratica della società tecnologica che avvicina come mai prima democrazie e dittature in tutto il Mondo. Arrivano, si veda il recentissimo caso di Warner, a denunciare gente come Lawrence Lessig, personalità che da lungo tempo avrebbero dovuto corteggiare per darsi una speranza di cambiamento reale in linea con l'avvento dell'era digitale, e magari costruire un'alternativa alla contrazione dei profitti.

Sono questi i dirigenti industriali che oggi sostengono di aver finalmente compreso lo spirito della rete, di non voler più sbagliare. Sono loro che hanno fatto chiudere Napster, perseguito Kazaa e demonizzato quella meraviglia di Gnutella, sono quelli che hanno messo nei guai migliaia di utenti, che hanno spinto i propri referenti politici alla realizzazione di leggi liberticide, che confondono lotta alla pedofilia violenta con la difesa del diritto d'autore, sono loro i darth vader del CSS, del DRM, del Trusted Computing, della data retention, della deep packet inspection, della Dottrina Sarkozy.

Oggi i creativi sono sempre più spesso imprenditori di se stessi, sempre meno devono ricorrere ai rigidi meccanismi dell'industria tradizionale, sviluppano sempre più un rapporto diretto con il proprio pubblico, e questo è spesso pronto a dialogare con loro, persino a contribuire fattivamente a quelle produzioni avendo ora la possibilità tecnologica di farlo. È un processo lento ma corrosivo, e inevitabile. Quello che sta finendo non è né la produzione musicale né quella cinematografica, giusto per citare il refrain ossessivo di certi dirigenti industriali, sta invece esaurendosi un vecchio modo di concepire l'una e l'altra. Se ne affacciano di nuovi, di cui le nuove tecnologie altro non sono che gli strumenti, in cui sono le persone, i loro nomi e i loro volti, a mettersi direttamente sul mercato, senza intermediari o con intermediari squisitamente tecnici, di servizio. Il mercato stesso non è più l'audience, è la community. La musica e il cinema esistevano e progredivano ben prima che qualcuno li trasformasse in un grosso business, hanno cambiato natura da allora e la cambieranno ancora. Tutto fluisce, tutto cambia. Ed è entusiasmante. Ed è questo che dovrebbe imporre alla politica di farsi carico dell'inclusione digitale quale primo strumento di innovazione e cambiamento, unica vera arma dello sviluppo in un mondo sovraffollato e diseguale.

Sulla debacle prima di tutto culturale dell'industria dei contenuti alle prese con Internet da anni si consumano tastiere di computer in ogni dove, vi sono miriadi di siti dedicati e spesso sui blog più interessanti non si parla d'altro. Se questo accade è perché quell'industria ha colonizzato da tempo la politica e ne detta l'agenda, trasformando i propri piccoli interessi in affari di stato di cui siamo costretti ad occuparci anziché lavorare su fronti assai più interessanti. Il copyright e chi lo difende ad oltranza rappresenta oggi il più grande ostacolo sulla via dell'innovazione socio-culturale innestata da Internet. Che certi esponenti politici possano prenderne atto è ingenuo sperarlo, che lo facciano gli elettori europei, invece, è un sogno con il quale di quando in quando è bello svegliarsi. Rende più leggeri e luminosi questi giorni di primavera.

Paolo De Andreis

pubblicato su Punto Informatico il 4 maggio 2009

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